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GLI AMPLIFICATORI

Un amplificatore per chitarra non è un semplice apparecchio elettronico come può esserlo un televisore ma uno strumento che alla pari della propria chitarra elettrica contribuisce in maniera decisiva alla creazione di un timbro personale o all'imitazione del suono dei chitarristi più famosi.

Questo perchè secondo il progetto e la tecnologia adottata, i progettisti cercano di dare un'impronta personale al suono o a trovare nuove soluzioni per risolvere le esigenze dei chitarristi, mentre un apparecchio televisivo dovrebbe riprodurre le immagini, i colori e l'audio nella maniera più fedele possibile alla ripresa e quindi il modello ideale può essere uno solo.

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Gibson EH-150 del 1936

Epiphone Electar del 1938

Agli albori degli amplificatori per chitarra, nelle prime elettrificazioni di un'acustica (Steel Guitars e Hollow Body degli anni '30), occorrevano pick-up molto potenti perchè i pochi stadi valvolari non permettevano grandi guadagni di segnale elettrico come pure erano piccole le potenze erogate dagli stadi finali (in genere comprese tra 5 e 15 watt).

In quelle condizioni poi il problema vero era farsi sentire più che cercare il proprio suono, soprattutto nelle parti solistiche, evitando però l'effetto Larsen.

Fender Deluxe & Woodie 1946-1948

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Con la necessità di maggiore potenza furono studiate e introdotte le prime solid-body che evitavano l'effetto Larsen, iniziando a dare un suono diverso alla chitarra elettrica, grazie anche ai primi controlli di tono di serie sugli amplificatori.

La maggiore potenza era anche richiesta per evitare lo snaturarsi del suono a causa della deformazione dell'onda, cioè della saturazione degli elementi attivi.

Queste maggiori potenze richiesero anche più altoparlanti montati nello stesso combo che spesso erano due da dodici pollici o addirittura quattro da dieci.

Oltre a questo occorrevano anche trasformatori di potenza adeguata allo scopo che facevano lievitare enormemente dimensioni e pesi.

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Vox AC30 TBX del 1962

Fender Super Reverb Silverface del 1969

Durante gli anni '50 era normale suonare l'elettrica con un amplificatore da 30-40 Kg che cercava di evitare in tutti i modi, l'insorgere della distorsione poichè non gradita nella musica dell'epoca, mentre all'inizio degli anni '60 alcuni chitarristi iniziarono a regolare i loro amplificatori con tutti i controlli al massimo e ottenere quindi le prime distorsioni che aiutavano il sustain e che avrebbe sconvolto il modo di fare musica.

Nacquero così i primi modelli di amplificatore a due canali con il primo per il suono pulito e il secondo per quello distorto che inglobava anche gli effetti di vibrato e riverbero già introdotti negli anni precedenti.

Altri chitarristi invece si avvalsero dei primi distorsori a pedale con transistor al germanio per ottenere distorsioni ancora più spinte.

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Testata Marshall JTM45 del 1964

Testate e casse Marshall

Un altro grande passo in avanti si fece quando si separarono questi combo nella testata e cassa.

L'utilizzo della testata migliorò il raffreddamento delle valvole, per via del maggior spazio interno, la vita delle stesse, per le minori sollecitazioni meccaniche causate dalle vibrazioni della struttura e inoltre si potevano utilizzare casse con quattro coni da dodici pollici innalzando il rendimento che diventò lo standard della musica rock.

Un altro grande vantaggio ottenuto utilizzando testata e cassa separate, fu la distribuzione del peso complessivo su più parti facilitando il trasporto.

Inoltre fu possibile sostituire una o l'altra parte in caso di guasto o insoddisfazione senza cambiare tutto il sistema.

Il tutto certamente ad un prezzo maggiore rispetto al combo che è rimasto leader negli ambiti nel quale si richiedeva semplicità, praticità e dimensioni ridotte.

Negli anni '70 i neonati amplificatori a transistor, sulla carta migliori perchè più moderni, più leggeri, più piccoli, più economici e soprattutto esenti da manutenzione rispetto ai valvolari si dimostrarono in realtà una delusione per molti chitarristi che cominciarono a ricercare i vecchi ampli a valvole dando vita al fenomeno del vintage tuttora di grande attualità.

Una delle motivazioni che non convinsero molti chitarristi dell'epoca circa l'utilizzo dei transistor era sicuramente dovuta alla bassa impedenza di ingresso di questi componenti che impediva al picco di risonanza della chitarra di uscire appiattendo quindi i suoni che non avevano più personalità.

Un'altra differenza era dovuta alla risposta di tipo Hi-Fi sia del preampli, sia del finale che impediva, di fatto, la distorsione armonica, graditissima dai chitarristi perchè era caratterizzata dalla presenza d'armoniche pari, quindi piacevoli all'orecchio e che entravano in maniera abbastanza lineare contro una distorsione caratterizzata dalla presenza di sole armoniche dispari, molto fastidiose e soprattutto improvvise.

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Roland Jazz Chorus JC-120

Polytone Mini Brute II

Il ritorno alla produzione di tanti modelli, vecchi e nuovi, di amplificatori a valvole fu inevitabile e il transistor rimase a lungo protagonista dei modelli più piccoli, per il prezzo, il peso ma anche per suonare certi generi come il jazz che richiedono maggiore pulizia di suono oppure per strumenti come il basso elettrico.

Vi furono diversi tentativi, in parte riusciti, di fusione tra le due tecnologie.

Vi erano, infatti, modelli con il preampli a transistor e il finale valvolare e viceversa che mettevano insieme pregi e difetti dei due sistemi senza però riuscire a soppiantare i valvolari puri.

Mesa-Boogie Mark II C+ del 1984

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Negli anni '80 si affacciarono i circuiti definiti High-Gain cioè ad alto guadagno per avere più saturazione e compressione del suono e quindi incrementare il sustain, che presto o tardi fu adottato su molti modelli.

Con questi amplificatori chitarristi come Van Halen inventarono nuove tecniche di esecuzione mai applicate prima mentre altri come il messicano Carlos Santana crearono il proprio suono, riconoscibile dalle prime note.

Line6 Spider 112

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Negli anni '90 la corsa del mercato si sposta sull'interfacciamento ad apparecchi esterni, sulla sofisticazione dei circuiti con un'infinità di manopole e interruttori sul pannello e sulla creazione dell'emulazione analogica del suono valvolare fino all'avvento dei primi sistemi digitali.

In questi ultimi l'approccio al suono non è fatto per creare un timbro buono ma comunque diverso dai modelli già in vendita, ma per emulare alcuni modelli di solito valvolari, a volte anche tanti, con un singolo apparecchio che ne riproduca pregi e difetti degli originali scelti tra i modelli più rappresentativi.

Spesso l'emulazione si spinge a ricreare anche la configurazione di cabinet famosi ed effetti a pedale.

Non è sicuramente facile ricreare una cassa 4x12 magari con un piccolo cono da dieci pollici, anche per la diversa botta e direzionalità del suono.

Commercialmente però poter scrivere, su un manuale spesso di tante pagine per spiegare le più svariate funzioni, che premendo un certo interruttore si ottiene il suono di un ampli da 2.000 euro con la sua cassa da 1.000 euro mentre premendo l'altro, si ricava il timbro di un piccolo combo da 5 watt in classe A è un bell'argomento di vendita.

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Epiphone Valve Junior

Masotti X100M e Cicognani Imperium

Ora il mercato vanta un numero enorme di produttori di valvolari da pochissimi watt a centinaia di watt, con prezzi, qualità, numero dei controlli, dimensioni, pesi, suono estremamente variabili e non tutti apprezzati, sia sotto forma di combo, sia di testata ma anche marche che propongono amplificatori a transistor in una fascia più bassa di prezzo con risultati altrettanto variabili.

Altri produttori invece propongono esclusivamente prodotti digitali avendo abbracciato questa tecnologia che tuttavia non è apprezzata da tutti i musicisti.

La tendenza attuale, soprattutto nel valvolare, è di utilizzare piccoli ampli con potenza inferiore ai 50 watt per poterli sfruttare anche al massimo delle loro capacità.

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Marshall AVT 100


Esistono poi anche modelli di marche più o meno famose che da diverso tempo hanno inserito una piccola valvola sul preampli per scaldare il freddo suono dei transistor del resto del circuito e ottenere quindi un certo apprezzamento pur contenendo il prezzo d'acquisto abbordabile, mentre altri hanno sviluppato dei sistemi analogici con transistor particolari per ricreare la saturazione di un finale valvolare.

 
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